La scuola sotto assedio
Sabato 20 dicembre, presso la Casa del Popolo “Ruggero Condò” di Reggio Calabria, si è tenuta l’iniziativa “La scuola sotto assedio – Militarizzazione, censura e diritto all’insegnamento”, promossa dal Coordinamento pro Palestina reggino, cui aderiamo. Ad animare il dibattito, Antonio Mazzeo dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Maria Stelitano della rete Docenti per Gaza e Alessandra Liccardo di USB Scuola Calabria.
La discussione ha messo in luce come scuola e università siano oggi attraversate da un attacco sistemico che intreccia militarizzazione, repressione del dissenso, precarizzazione del lavoro educativo e ridefinizione autoritaria dei contenuti formativi. Non si tratta di episodi isolati, ma di un progetto coerente che mira a trasformare l’istruzione in uno strumento funzionale alla guerra, al controllo sociale e agli interessi del complesso militare-industriale.
Al centro dell’analisi vi è stata la normalizzazione della guerra come orizzonte culturale. La guerra non viene più rappresentata come una tragedia da evitare, ma come una condizione strutturale e inevitabile del presente e del futuro. Questo passaggio è sostenuto da scelte politiche precise: investimenti crescenti negli armamenti e nell’industria bellica, accompagnati da tagli sistematici alla sanità, alla scuola e ai servizi pubblici. L’istruzione diventa così uno degli snodi fondamentali per costruire consenso attorno a questo modello.
La militarizzazione del sistema educativo si realizza attraverso una molteplicità di interventi. Da un lato, mediante protocolli, accordi e collaborazioni tra Ministero dell’Istruzione, Ministero della Difesa e grandi aziende del settore militare, che introducono stabilmente le forze armate e l’industria bellica nei percorsi formativi. Dall’altro, tramite l’ingresso diretto dei militari nelle scuole, nelle attività di orientamento e nei percorsi di alternanza scuola-lavoro e PCTO, presentati come opportunità educative e occupazionali.
Questi processi riguardano anche bambini e bambine in età prescolare e studenti dei primi cicli di istruzione, coinvolti in visite a basi militari, esposizioni di armi, simulazioni e attività che, anche attraverso un approccio ludico, li introducono precocemente alla logica bellica. La guerra viene così resa “normale”, accettabile, persino affascinante, mentre scompare ogni spazio per una riflessione critica sulle sue cause e sulle sue conseguenze.
Parallelamente alla militarizzazione avanza la privatizzazione e l’aziendalizzazione della scuola e dell’università. I due processi non sono separati, ma strettamente connessi. Il modello neoliberista, in crisi strutturale, ha bisogno di controllo, disciplina e guerra per garantirsi sopravvivenza e profitti. La scuola pubblica, pensata storicamente come strumento di riduzione delle disuguaglianze e di promozione dell’uguaglianza sostanziale, viene progressivamente svuotata di senso e trasformata in un dispositivo selettivo, competitivo e autoritario.
Non siamo più solo di fronte a una generica militarizzazione, ma a una vera e propria “israelizzazione” della nostra società: un processo di occupazione e colonizzazione cognitiva, e progressivamente anche fisica, dei luoghi e degli spazi del sapere, dell’istruzione e della ricerca. In Israele questo modello è visibile in forma compiuta: sin dai primi gradi dell’istruzione i bambini vengono immersi nella retorica e nella propaganda militarista, mentre la dimensione militare attraversa tutti i gangli della società. Scuola, università, ricerca, industria bellica e apparati statali operano come un unico sistema integrato.
Centrale nella discussione inoltre è stato il legame tra militarizzazione e repressione del dissenso, emerso con particolare forza in relazione alla questione palestinese. Parlare di Palestina, di genocidio, di diritto internazionale e di responsabilità degli Stati è diventato sempre più difficile all’interno delle scuole. Docenti e studenti che affrontano questi temi vengono esposti a controlli, ispezioni, intimidazioni e campagne di delegittimazione.
Le ispezioni ministeriali avviate in alcune scuole dopo iniziative di approfondimento sulla Palestina rappresentano un precedente gravissimo. Esse segnalano un salto di qualità nella compressione della libertà di insegnamento e nella criminalizzazione dell’attività educativa. A ciò si aggiungono circolari e note ministeriali che introducono criteri ambigui come il “contraddittorio obbligatorio”, anche su fatti riconosciuti dal diritto internazionale, producendo un effetto di censura preventiva.
In questo contesto si inserisce anche il tentativo di equiparare antisemitismo e antisionismo, rendendo perseguibile qualsiasi critica alle politiche dello Stato di Israele. Tale equiparazione non solo distorce il significato della lotta contro l’antisemitismo, ma colpisce direttamente la libertà di espressione e di analisi critica, investendo docenti e studenti.
La repressione risulta ancora più efficace perché si innesta su una condizione di precarietà strutturale del lavoro nella scuola. Docenti frammentati, isolati, ricattabili, spesso costretti a spostarsi tra più istituti e territori, sono più vulnerabili alle pressioni, meno in grado di costruire risposte collettive, quando non forzati al silenzio e all’autocensura. Il definanziamento della scuola pubblica non è solo economico, ma anche politico e culturale: distrugge la collegialità, indebolisce le relazioni e rompe l’alleanza educativa tra docenti e studenti.
Un altro aspetto emerso riguarda l’attacco al pensiero critico e alla complessità. La riduzione dei saperi, la marginalizzazione della filosofia, della storia e delle scienze umane, l’uso crescente di test standardizzati e valutazioni quantitative vengono letti come strumenti funzionali a un modello di addestramento più che di formazione. Si afferma una logica binaria, rapida, automatica, che scoraggia il dubbio, l’analisi e il conflitto.
Questo processo è strettamente legato al controllo delle coscienze, oggi riconosciuto come elemento centrale nelle strategie di guerra contemporanee. Non è sufficiente controllare i territori: occorre controllare le menti, costruire consenso, neutralizzare il dissenso. Le università e le scuole diventano così luoghi strategici: le prime forniscono know-how, ricerca e legittimazione culturale, mentre le scuole costruiscono l’immaginario, definiscono il nemico e contribuiscono alla disumanizzazione dell’altro.
Nonostante la durezza del quadro, dalla discussione emerge anche un elemento di resistenza: il ruolo degli studenti. Le mobilitazioni, le occupazioni, le assemblee e le prese di parola che negli ultimi mesi hanno attraversato scuole e università dimostrano che la scuola non è solo un luogo sotto assedio, ma anche uno spazio attraversato dal conflitto. Gli studenti non sono semplici destinatari passivi dei processi di militarizzazione e censura, ma soggetti attivi che mettono in discussione la deriva bellicista, denunciano il genocidio in Palestina e rivendicano il diritto a un’istruzione libera, critica e non asservita agli interessi militari e industriali.
Proprio per questo la scuola viene oggi sottoposta a un attacco così sistematico: perché resta uno degli ultimi luoghi in cui è possibile mettere in discussione il modello della guerra, del profitto e dell’autoritarismo. Difendere la scuola pubblica significa difendere uno spazio di futuro, di relazione, di conflitto sociale e di trasformazione.
In questo contesto, parlare di diserzione della guerra non significa evocare una posizione astratta o morale, ma indicare una pratica quotidiana e collettiva. Disertare la guerra vuol dire rifiutare la sua normalizzazione nei programmi, nei linguaggi e nelle attività formative; sottrarre la scuola alla propaganda militarista; difendere la libertà di insegnamento e di apprendimento; costruire alleanze tra docenti, studenti e lavoratori; mantenere aperti spazi di discussione, di conflitto e di organizzazione.
Disertare la guerra, dentro la scuola, significa oggi affermare un’idea di istruzione fondata sul mutualismo, sulla giustizia sociale e sulla dignità delle persone, opponendosi alla riduzione dell’educazione a strumento di addestramento, controllo e consenso. È su questo terreno che si gioca oggi una parte essenziale della difesa della scuola pubblica e della possibilità stessa di un futuro diverso, sottratto alla guerra e al profitto.
USB Reggio Calabria